E’ abbastanza caratteristico delle persone anziane che hanno avuto un discreto successo professionale attribuire a se stesse e alle proprie virtù quanto di buono fatto trascurando le componenti “ambientali” e strutturali del loro ben riuscire.
Mi sembra questo il caso dell’atteggiamento tenuto dal governo dei “professori” nei confronti dei giovani e della “questione giovanile” in genere. Qualche giorno fa abbiamo avuto l’uscita sugli “sfigati” del viceministro Martone, uno che la sfiga non sa nemmeno dove sta di casa essendo stato fornito da papà di tutte le contromisure del caso, raccomandazioni comprese. Ci si è messa poi la ministra dell’Interno, la prefetta/perfetta Cancellieri, additando i giovani nostrani come “mammoni” attaccati alle gonne materne e poco desiderosi di lanciarsi nella competizione globale. Prima ancora, la ministra Elsa “lacrime e sangue” Fornero, aveva elogiato anch’ella mobilità geografica e professionale, sulla scorta della famosa frase del premier Monti “il posto fisso è noioso”.
Ora, lasciamo stare problemi di coerenza già ampiamente documentati dai media, come la vicenda della figlia della ministra del Welfare accasata nello stesso luogo di lavoro di mamma e papà (Università di Torino) a due passi da casa. O come la strana condizione di chi elogia la mobilità, dall’alto di una carriera prefettizia pubblica che, presenterà il disagio di muoversi da una città all’altra, ma non certo quello di rischiare il posto e di dover competere a livello globale. Nè infine il fatto che il nostro primo ministro ha da poco accettato il posto di senatore “a vita” che, come dice la definizione stessa, sa di ottocentesca inamovibilità politica. Lasciamo stare tutto questo e concentriamoci su due aspetti particolarmente irritanti della vicenda.
Il primo riguarda l’incredibile superficialità con cui si addossano ai singoli responsabilità che hanno a che fare con il modo in cui funzionano i meccanismi sociali, economici e produttivi. Il nostro tessuto economico e la nostra tradizione lavorativa vedono la presenza, per la stragrande maggioranza, di micro-imprese familiari che possono essere simbolicamente rappresentate dall’immobile bi-funzionale con officina sotto/appartamento sopra. Inoltre abbiamo sviluppato, negli anni, un settore libero professionale fondato sulla parcellizzazione di piccoli studi individuali per professioni a cui si accede a seguito di lunghi tirocini non retribuiti e di sbarramenti di vario tipo imposti dalla tutela degli ordini. Infine abbiamo un apparato pubblico abnorme che, nel tempo, si è sempre più spostato dal centro verso la periferia con forme di decentramento prima e di devoluzione poi e a cui si accede con concorsi locali facilmente, diciamo così, personalizzabili.
Questo tessuto socio-economico ha come riferimento ideale la famiglia, fulcro di qualsiasi realizzazione individuale, sia essa professionale, affettiva o di protezione sociale. Il modello familistico italiano richiede la trasmissione della professione all’interno delle relazioni familiari, l’investimento nell’acquisto di immobili sul territorio per garantire il futuro, la sicurezza fornita dal sostegno familiare sia per i periodi di disoccupazione o sotto-occupazione, sia per la gestione dei carichi di cura e assistenza.
Un giovane che cresce in questo contesto e con questi vincoli, quanta possibilità ha di tirarsene fuori? Che responsabilità ha se non ci sono abitazioni in affitto a prezzi accessibili? Se deve affrontare anni di precariato senza un sostegno efficace al proprio reddito contando solo sulle solidarietà familiari? Se prima di essere pagato decentemente deve aspettare anni e anni? Sono maggiori le sue responsabilità o quelle di coloro che hanno costruito queste condizioni o non ne hanno contrastato le derive e le distorsioni?
La cultura provinciale e familistica dominante ha fatto sì che addirittura si ritenesse opportuno non mandare i propri figli all’università ma portargli l’università sotto casa (è storia anche locale, ahimè), eliminando anche quel poco di opportunità di autonomia che questo avrebbe comportato. E comunque il numero eccessivo di università avrebbe fatto sì che, per molti, sarebbe stato comunque un allontanamento ben poco significativo.
Siamo convinti che ci sia una differenza antropologica o genetica dei giovani italiani rispetto ai giovani danesi o tedeschi? O non è forse una differenza di organizzazione sociale?
Se questo è il modello sociale che ha prevalso in questo paese, è davvero bizzarro attribuire colpe a chi arriva ora, semmai ci si aspetterebbe un’autocritica da parte di coloro che in questo modello hanno prosperato. E quindi, passando al secondo aspetto, dove erano Monti, Fornero, Cancellieri (lasciamo stare Martone, per carità) negli anni in cui questo modello si affermava e in cui questi vincoli diventavano così stringenti? Sono sicuri di non aver goduto dei privilegi che questo sistema comunque garantiva, in passato, ai più? E adesso che si trovano a gestire una crisi che non è solo economica ma di sistema, potrebbero bacchettare i veri responsabili della scarsa mobilità sociale e della carenza di opportunità per giovani e meno giovani, invece che redarguire moralisticamente un’intera generazione?
Giovanni Paci
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