La democrazia non è contarsi

 

I partiti che abbiamo di fronte nascono sull’onda lunga della rivoluzione industriale e dell’avvento della società capitalistica al porsi della cosiddetta questione sociale, agli albori del secolo scorso. (OK, sto semplificando, e sono un po’ tranchant come si conviene a un blog, che non è una rivista scientifica). Essi si formano su alcune grandi fratture che riguardano grandi masse di popolazione: la questione operaia, la questione contadina, la questione religiosa in primis. Avevano il compito di organizzare il consenso indirizzandolo verso obiettivi ideologicamente predefiniti, finalizzati al miglioramento generalizzato di condizioni insoddisfacenti per i più. Questo modello ha, in qualche modo, funzionato fino al permanere di determinate condizioni: una costante crescita economica che poneva il problema della redistribuzione, la presenza di solidarietà di classe basate su una certa uniformità di condizione sociale.

A partire dagli anni settanta, queste condizioni sono andate scemando ma, come accade nei processi di istituzionalizzazione, le strutture partitiche si sono ossidate a causa della ritualizzazione e stabilizzazione delle relazioni di potere e degli automatismi collegati alla sopravvivenza delle élites e delle classi dirigenti, ai diversi livelli, dal globale al locale.

Il fenomeno, i cui strascichi abbiamo oggi di fronte, è quello della progressiva separazione degli strumenti di organizzazione e intermediazione (partiti, sindacati, organizzazioni datoriali, ecc.) dal mutato quadro sociale di riferimento.

La società non è più quella in cui sono nati i partiti e i movimenti sindacali ma loro continuano a pensarsi e a operare come se niente fosse accaduto. Non importa se il capitalismo si è globalizzato e finanziarizzato. Se non ha più nella fabbrica il suo centro propulsivo. Non importa se la questione agraria si è ridotta di dimensioni e si è, essa stessa, industrializzata. Non importa se la questione religiosa non è più affrontabile secondo il binomio laici vs. cattolici e se la classe operaia è ancora operaia ma non più classe. Se nuove fratture si sono ormai affermate con forza quali quella generazionale, quella del precariato o quella ecologica ed etica (con riferimento soprattutto alla bioetica e alla biopolitica). Se le nostre società sono sempre più popolate da persone di passaggio o nate in altre parti del mondo, in cerca di riscatto e progresso individuale, familiare e sociale.

I partiti sono lì e continuano a non riuscire a pensarsi diversamente da come sono. Non riescono nemmeno a immaginare una qualche forma di convivenza diversa da quella attuale: “la democrazia senza partiti non esiste, non può esistere” ci ripetono in maniera retorica e stantia senza dire con sincerità che la democrazia attuale non è già più democrazia sostanziale per buona parte della cittadinanza: esclusa, emarginata, non rappresentata elettoralmente e politicamente. E che forme di democrazia senza partiti si stanno sperimentando (alcune hanno tradizioni secolari) in varie parti del mondo o in specifici contesti territoriali.

Fino al paradosso. Che questa incapacità di vedere ciò che cambia, porta a creare una frattura sempre più significativa tra chi, pochi, continua a godere dei privilegi dell’immobilismo e chi, sempre più, da questo immobilismo riceve danni professionali, di prospettive di vita, di concreta possibilità di sviluppo delle proprie potenzialità e capacità.

E’ da questa constatazione che stanno prendendo sempre più campo, uscendo dagli scantinati accademici e di considerazione in cui, fino a ora, erano stati relegati (per chi vuole approfondire consiglio di dare un’occhiata ai lavori di David Graeber e Brian Martin), pensieri e idee che mettono in discussione la democrazia per come è, provando a ipotizzare nuove modalità di esercizio del potere che pongano al centro la questione della reale partecipazione dei cittadini alle scelte politiche, economiche ed etiche, ricostruendo forme di costruzione del consenso che tengano conto dei mutamenti sociali in atto: fragilizzazione dei legami, scarsità delle risorse a disposizione, aumento delle competenze e delle conoscenze da parte delle persone, nuovi ideali e forte insoddisfazione verso l’attuale sistema capitalistico globalizzato.

Si tratta di tentativi non sempre soddisfacenti ma che provano a immaginare il nuovo invece di difendere il vecchio ormai indifendibile. Forme di democrazia diretta, di autorganizzazione su singole questioni, di attivismo e di impegno sociale su piccoli territori o temi specifici, forme di collegamento globale tramite la rete, autogestione di imprese, sviluppi di attività di cooperazione sociale, di produzione etica e di reti alternative di distribuzione, valorizzazione e rispetto delle biodiversità e delle istanze etiche e religiose.

Tutto questo avviene al di fuori delle forme retoriche e canoniche della democrazia fondata sui partiti perché essa si è mostrata, negli ultimi decenni, incapace di ristrutturarsi e intercettare il mutamento sociale in atto. Ora i partiti, e le organizzazioni sociali novecentesche in genere, hanno una sola possibilità di uscire dalla roccaforte degli interessi minoritari e consolidati e rimettersi in gioco positivamente: rinunciare alla propria rendita di posizione e diventare tessitori e cucitori di relazioni sociali tra questi mondi, proponendo visioni forti in grado di intercettare le nuove fratture dando loro una prospettiva di miglioramento e ricomposizione.

Potrebbero iniziare non confondendo il populismo con la critica radicale della insipienza politica o con la ricerca di forme alternative al rito stanco delle maggioranze che si contano a forza di voti, spesso mossi da inconsapevolezza o da interessi, per così dire, “materiali”. L’insoddisfazione per come la democrazia dei partiti non funziona ha basi solide e razionali, inutile prendersela con chi non ci crede più. La legittimità democratica non è data più dalle modalità di presa del potere ma da come questo potere viene esercitato e dai risultati che ottiene in termini di “sostanza”: giustizia sociale, uguaglianza, aumento degli spazi di libertà. E da come si è capaci di responsabilizzare le persone per raggiungere questi risultati.

Giovanni Paci

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