Gianni Silei è docente all’Università di Siena e coordinatore delle attività dell’Osservatorio Rischi ed Eventi Naturali e Tecnologici (Orent). Ci ha concesso il permesso di ripubblicare questo suo acuto contributo, apparso sul suo blog, sugli ultimi avvenimenti legati all’ondata di maltempo che ha investito il nostro paese. Di questo lo ringraziamo.
La premessa indispensabile per le considerazioni che mi accingo a buttar giù come (primo) bilancio di quello che è capitato in questi ultimi giorni è che, tranne alcune isole più o meno felici, l’ondata di freddo polare con relative nevicate che hanno colpito molte zone del paese è stata di portata eccezionale. Detto questo vediamo un po’ quello che è capitato.
Intanto le previsioni: anche se qualcuno tenta maldestramente di sostenere il contrario, queste sono giunte puntuali e con ragionevole anticipo. Almeno quattro giorni prima che succedesse, si sapeva ciò a cui saremmo andati incontro. Prima considerazione: la scienza e gli esperti (in questo caso i meteorologi) ricoprono sempre più lo scomodo ruolo che un tempo era demandato allo sacerdote o allo sciamano. Grazie alle loro conoscenze (ai più sconosciute) sono in grado di prevedere il futuro. Ciò che sentenziano diventa verbo, sentenza inappellabile, da prendere come atto di fede. Invece, come gli esperti stessi ci ripetono, le previsioni forniscono semplicemente (ormai con sempre maggiore livello di approssimazione) una ragionevole proiezione di ciò che può accadere. Sono per definizione soggette ad errore nel senso che ad esempio sanno ormai dirci quando nevicherà ma non, con certezza, quanto. Il quanto dipende da molti fattori. Ad esempio dai venti, cosa che già avevano capito i nostri vecchi che non disponevano di satelliti in orbita ma di esperienza e buon senso (“non nevica bene se da Siena non viene”, diceva mia nonna, e infatti questo spiega in parte – ad esempio – perché l’area metropolitana di Firenze è stata in larga parte risparmiata da un fronte che appunto proveniva da nord-est e non dalla città del Palio). Farne, col senno di poi, questioni di centimetri o millimetri (“ne sono caduti 15 cm mentre ne erano previsti 6 e noi ci eravamo attrezzati per fronteggiare quelli”) o di orario (“ci avete detto che sarebbe nevicato alle 18.00 e invece è cominciato a mezzogiorno”) è risibile. Il problema è che non ci accontentiamo. Vogliamo sapere non solo quando ma anche quanta neve farà. E questo non nella nostra regione, provincia o comune ma davanti al portone di casa. E se ne cade poca (o troppa) la colpa del disagio (o della previsione errata) è del meteorologo di turno. Insomma: siamo moderni e confidiamo nella scienza ma lo facciamo (con tutto il rispetto) come se portassimo ancora l’anello al naso, con la stessa rigida, fideistica ottusità con la quale un antico seguiva i vaticini del sacerdote intento a scrutare le viscere di qualche animale sacrificale. Per cui se le cose in un modo o in un altro non si avverano si grida al tradimento e giù: crepi l’astrologo, anzi in questo caso il meteorologo.
Seconda considerazione: nel momento in cui l’allarme è stato fornito i media hanno giustamente iniziato a fare il loro lavoro. Anche qui, come sempre, c’è chi ha giocato a diffondere allarmismo e fare audience e chi (la maggioranza a dire il vero) ha semplicemente cercato di raccontare quello che stava capitando. Ad esempio, tanto per tornare al discorso che facevamo sopra, non ha alcun senso – come mi è capitato di sentire ad una trasmissione Rai del primo mattino – cercare di far dire a tutti i costi al meteorologo di turno che il giorno successivo sarà sicuramente “il giorno più freddo degli ultimi trent’anni”: il poveretto potrà solo ipotizzarlo e lo registrerà – semmai – il giorno dopo. Né ha senso mettere nello stesso calderone temperature minime rigide ma tutto sommato normali (d’inverno fa freddo, eh) con altre invece davvero eccezionali. Se infatti è una notizia una forte nevicata a Roma è certamente demenziale informare gli ascoltatori che “sul Monte Rosa stanotte il termometro è sceso a meno venticinque gradi”. In quest’ultimo caso, la notizia forse sarebbe se la temperatura, sul Monte Rosa e in pieno febbraio, fosse più venticinque. Il risultato è stato un bombardamento di notizie le più disparate e contraddittorie: un caos di notizie vere e di notizie farlocche o non notizie dal quale l’ascoltatore medio è uscito, giustamente, frastornato. Mentre l’informazione, puntuale e precisa, è vitale proprio in contesti del genere. Non fosse altro perché contribuisce a favorire comportamenti virtuosi e prudenti da parte del pubblico.
Una terza considerazione riguarda il modo con cui gestiamo le crisi. Detto dell’eccezionalità di certe situazioni (in Romagna e nelle regioni del versante adriatico) quanto è accaduto ha messo in evidenza non pochi nervi scoperti. Forse è bene che sindaci non siano le uniche figure di riferimento (nel bene e nel male) in questi ambito o che perlomeno cerchino maggiore collaborazione con quelle figure professionali, che già esistono, che sono in grado di fronteggiare con competenza le emergenze. In ogni caso occorre una collaborazione ancor più stretta tra protezione civile (in tutte le sue articolazioni regionali e locali), comuni e enti locali, gestori delle reti dei trasporti (se si chiude un tratto di autostrada ai mezzi pesanti, ad esempio, bisogna sapere che cosa comporta, in termini di conseguenze, sull’asse viario di un territorio) e di quelle dell’energia. Probabilmente c’è anche da rivedere qualcosa nei meccanismi con cui funziona la protezione civile (che comunque ha sostanzialmente retto l’urto), magari tornando, sul piano organizzativo e legislativo, alla filosofia che la ispirava prima della riforma operata dalla legge n. 401 del 2001. Sicuramente c’è da lavorare, usando anche i nuovi media (a cominciare da quelli “social” sempre più diffusi) sul piano della diffusione capillare delle informazioni. La questione di fondo però è come sempre la prevenzione: che certo va fatta sul piano educativo (e qui i costi sono tutto sommato minimi) ma anche e soprattutto su quello dei mezzi e della logistica. E qui vengono i problemi. Perché i soldi mancano e dotarsi di attrezzature per fronteggiare le emergenze costa. Anche qui alla base delle scelte non dev’esserci la spinta emozionale del momento ma una corretta valutazione dei rischi. Occorre insomma fare delle scelte oculate: nele specifico, ha poco senso, ad esempio, che Roma acquisti decine di spalaneve per fronteggiare una emergenza neve che si prensenta una volta ogni venticinque-trent’anni. Ha però senso che si doti per tempo di sale, che sappia come e dove utilizzarlo, che attrezzi per tempo un numero sufficiente di mezzi pubblici per assicurare un servizio minimo per i pendolari. Poi, sia chiaro, ci sono gli imprevisti. Non dimentichiamoci di una cosa, infatti: non esiste al mondo un sistema in grado di azzerare completamente i disagi provocati dagli eventi atmosferici siano essi di media intensità che, a maggior ragione, estremi.
E qui arriviamo al nodo di fondo della questione: a parte i casi di palese impreparazione e negligenza (invididuabili di solito perché si manifestano là dove si ricorre maggiormente al classico gioco dello scaricabarile) dobbiamo tuttavia metterci in testa una volta per tutte che gli eventi naturali, tutti, impongono comportamenti adeguati da parte di ognuno. Molto dipende dalle autorità pubbliche, dalle aziende di trasporto pubblico e privato, dai gestori dell’energia, ma molto dipende da noi. Pretendere che una nevicata non modifichi la nostra quotidianità è – almeno al momento – impossibile e folle. Togliamoci dalla testa di non subire dei disagi in frangenti come questi. Per attenuarli non è che occorra chissà quale rivoluzione culturale, basta prima di tutto – e ancora una volta – un po’ di assennatezza: occhi e orecchie bene aperte ai bollettini meteo e a quelli della protezione civile. Evitare comportamenti sconsiderati, prepararsi alle evenienze e soprattutto armarsi di tanta pazienza. E, dopo la nevicata, del sale grosso e una buona pala per liberare il marciapiede di casa.
Attenzione, però: se si è cardiopatici è consigliabile evitare sforzi eccessivi. Anche in qusto caso lo dice, prima ancora che l’esperto di turno (il medico) il solito vecchio buon senso.
Gianni Silei
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One Response to “La neve e il buon senso che manca”
fa bene ogni tanto un po’ di razionalità anche sull’isteria dell’attualità nazionale. ^^