La discussione sulle giovani generazioni si basa spesso su stereotipi superficiali. le cronache abbondano, anche recentemente, di discussioni su “bamboccioni” o “mammoni” e via sproloquiando. Un paese che non ha a cuore il futuro dei propri giovani è un paese che non può che essere definito, senza mezzi termini, incivile. Due recenti rapporti, basati su analisi attendibili e non su vacui discorsi da talk show, mostrano una realtà per certi versi drammatica, per altri inquietante.
L’ISTAT ha pubblicato gli ultimi dati relativi ai “Presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari”. Riferendosi alle strutture di accoglienza per i ragazzi con meno di 18 anni, l’ISTAT afferma:
“I minori di 18 anni ospiti nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari risultano essere 22.584, pari a 2,2 ogni 1.000 abitanti di pari età. Il numero di ospiti minori stranieri si attesta a 6.778 unità, corrispondenti a 7,3 ogni 1.000 residenti stranieri. Il tasso di minori ospiti dei presidi è stabile sul territorio, attestandosi intorno al 2 per 1.000 abitanti.
Il tasso di minori ospiti delle strutture residenziali cresce progressivamente dopo i 5 anni, infatti è pari all’1,7 per 1.000 (corrispondenti a circa 5 mila ragazzi) nella fascia compresa tra 6 e 10 anni ed arriva a 4,6 per 1.000 tra i 15 e i 17 anni (circa 8 mila minori). Circa la metà degli ospiti con meno di 18 anni (11 mila minori) non ha alcun problema di disabilità o dipendenza da alcol o droga; oltre 6.000 ragazzi ( il 29% dei minori ospiti) hanno problemi di tossicodipendenza, alcolismo o presentano altri tipi di disagio e poco più di 3.700 minori (il 17,5% del totale) risultano avere problemi di salute mentale o disabilità.
Il motivo d’ingresso nelle strutture è legato prevalentemente a problemi riconducibili al nucleo familiare: quasi la metà degli ospiti con meno di 18 anni (47%) viene accolto nelle strutture residenziali per problemi economici, incapacità educativa o problemi psico-fisici dei genitori. Per la rimanente quota di minori, le motivazioni che determinano l’ingresso in strutture residenziali sono diverse: 2.800 minori (il 12% dei minori ospiti) entrano nelle strutture perché accolti insieme al genitore, poco più di 2.100 ragazzi (il 9%) sono stranieri privi di assistenza o rappresentanza da parte di un adulto; quasi 1.600 (il 7% dei minori ospiti) sono vittime di abuso e maltrattamento, mentre per circa 3.600 minori (il 16 %) vengono accolti per altri motivi. Per la residua quota, l’8%, il dato sul motivo d’ingresso risulta mancante.
Per ricostruire il percorso di reinserimento dei minori ospiti delle strutture residenziali, è utile analizzare la destinazione degli ospiti dimessi nel corso dell’anno 2009, che ammontano complessivamente a 12.663 (1,2 ogni 1.000 residenti). La quota maggiore di minori dimessi, il 37%, risulta rientrata in famiglia di origine, mentre una piccola proporzione (12%) è stata data in affido o adottata. Complessivamente i minori reinseriti in una famiglia ammontano a 6.200, circa la metà di tutti i dimessi. A essere resi autonomi sono soltanto il 5% dei dimessi, circa 700 ragazzi.
Per gli altri minori il percorso di recupero non risulta concluso: oltre 3.200 (il 25% dei dimessi) sono stati trasferiti in altre strutture residenziali e 1.357 (l’11%) si sono allontanati spontaneamente dalla struttura residenziale.
Anche i minori sono accolti prevalentemente in “unità di servizio” con carattere comunitario, mentre soltanto il 28% dei ragazzi alloggia in residenze di piccole dimensioni con organizzazione di tipo familiare. Il livello di assistenza sanitaria erogata nelle strutture che ospitano minori è il più delle volte basso o assente: circa il 74% degli ospiti con meno di 18 anni risiede in “unità di servizio” sprovviste di prestazioni medico-sanitarie o in grado soltanto di garantire l’assistenza sanitaria di base. Se consideriamo la distribuzione degli ospiti minori per tipo di funzione di protezione sociale, si osserva che la quota più ampia di ragazzi con meno di 18 anni è ospite in unità di servizio che svolgono una funzione di tipo socio-educativo (il 63%)”.
Già da questa sintesi, si nota come i giovani in struttura siano vittime dell’incapacità di affrontare i problemi “a monte”, nelle famiglie di origine, mentre solo una parte ha problemi propri conclamati che richiedono interventi specialistici da realizzare in apposite strutture. Per i più, la struttura decreta il fallimento delle politiche territoriali. Senza contare che le strutture sono ancora troppo spesso di dimensioni tali da non aiutare la ricostruzione di un clima e di un ambiente “familiare”, indispensabile per rendere questa esperienza meno drammatica e pedagogicamente proficua.
Recentemente inoltre, un rapporto dell’European Working Conditions Observatory, sempre basandosi sui dati del nostro Istituto nazionale di statistica, ha messo in evidenza una triste caratteristica del nostro paese: il 9% dei giovani intervistati con più di 15 anni dichiara di aver subito molestie o forme di mobbing sul posto di lavoro. Tra questi giovani, le più colpite sono le ragazze anche se la differenza di genere sta gradualmente diminuendo. Le forme di molestia dichiarate vanno dagli attacchi verbali, a quelli professionali, a quelli riguardanti la reputazione o la personalità dei giovani, alle loro relazioni sociali fino alla vera e propria violenza fisica. Potete trovare il documento, in inglese, qui.
Credo che su questo dovrebbero incentrarsi le riflessioni della politica e degli operatori del settore per cercare di cambiare una realtà drammatica e indegna.
Giovanni Paci
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