Il governo Monti ha chiuso l’Agenzia del Terzo Settore. Non ho gli elementi per valutare la portata della cosa, né se sia un bene o sia un male. Vero è che, dal punto di vista simbolico, la costituzione dell’Agenzia era stato il punto più alto del riconoscimento “istituzionale” di tutto quel variegato mondo che, dagli anni settanta in poi, è stato il protagonista della valorizzazione delle istanze sociali e della nascita di un nuovo settore economico e di una nuova filosofia di gestione del bene comune che va sotto il nome di “non profit”.
Tale riconoscimento era iniziato con l’approvazione della legge sul volontariato, seguita, in ordine sparso, dalle leggi sull’associazionismo e sulla cooperazione sociale nonché dal decreto di istituzione delle Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale).
L’avvenimento mi fornisce lo spunto per parlare della realtà pistoiese proponendo, da una parte, una chiarificazione sulla dimensione del fenomeno, dall’altra una lettura critica della situazione, forse controcorrente rispetto alla retorica della società pistoiese ricca di civismo e risorse, appunto, civili.
Premetto, a scanso di equivoci, che ho fatto parte di questo mondo per più di vent’anni e che da altrettanti lo frequento professionalmente e ne seguo le vicende. In questi lunghi periodi ho avuto modo di conoscere e apprezzare moltissime persone animate da buona volontà, passione civile, ideali. A queste persone sono riconoscente per ciò che hanno fatto e fanno e nessuna critica al sistema intende scalfire la mia stima e il mio apprezzamento nei loro confronti.
Devo dire però che, per formazione e convinzione, tendo a dare molta importanza alle strutture e ai meccanismi sociali e ritengo che, spesso, persone con buone intenzioni possono, loro malgrado, contribuire a perseguire finalità pericolose per la società, perché impegnate a risolvere i problemi immediati senza mettere in discussione il sistema complessivo. Ma andiamo con ordine.
Qual è la dimensione del fenomeno di cui stiamo parlando?
Nella Provincia di Pistoia, dati 2010, risultavano iscritte ai relativi albi regionali 224 associazioni di volontariato, 159 associazioni di promozione sociale e 50 cooperative sociali. L’incidenza del terzo settore, calcolata come rapporto tra numero di organizzazioni ogni 10.000 abitanti, è passata dal 10,2 del 2004 (prima rilevazione) al 14,2 del 2009 (ultimo dato che ho sott’occhio).
Vi è quindi una indubbia crescita del numero delle organizzazioni. A questa crescita quantitativa corrisponde una crescita qualitativa?
Quando si passa alla dimensione della qualità, è necessario specificare i parametri di riferimento anche quando, come in questo caso, non si fanno analisi di tipo scientifico ma si esprimono opinioni basate su una visione e un’esperienza personale delle cose.
Ora, per me, la qualità del terzo settore si misura sulla base della rispondenza a questi criteri:
la capacità di svolgere una funzione critica e di chiamata alla responsabilità nei confronti delle istituzioni pubbliche e della cittadinanza
la capacità di sperimentare modelli innovativi di intervento e di soluzione dei problemi sociali
la capacità di fornire una “palestra” di responsabilità alle giovani generazioni.
Ed è qui che si incentra la mia critica. Ma prima è necessario fare un’ulteriore precisazione. Con il termine terzo settore si tengono insieme realtà molto diverse. Le associazioni di volontariato, di promozione sociale e le cooperative sociali (per non parlare delle fondazioni e delle alte forme previste dalla legge) sono unite esclusivamente dalla loro operatività in un determinato ambito, in maniera generica denominato “sociale” (che comprende anche gli ambiti sanitario, educativo, del lavoro, culturale, ambientale, ecc.). “Sociale” in questo senso è utilizzato per indicare l’occuparsi di problemi che riguardano il benessere collettivo, della società. Per il resto sono mondi molto distanti. Trattarli come un insieme è però giustificato, da una parte, per la commistione che spesso le stesse organizzazioni fanno tra elemento volontaristico, promozionale e imprenditoriale (basti pensare alle associazioni di volontariato che erogano servizi, alle cooperative che utilizzano volontari o alle associazioni di promozione sociale che nascono per far vivere un circolo o un’attività di ristorazione); dall’altra perché, spesso, organizzazioni di diverso tipo fanno parte di reti organizzative, se non di vere e proprie piccole holding, gestite centralmente quando non appositamente create per poter operare su più fronti contemporaneamente. A questo si aggiunga che molte realtà associative sono dislocazioni territoriali della stessa organizzazione, che le cooperative si stanno sempre più consorziando e che partiti, sindacati e organizzazioni di categoria creano spesso entità associative che, autonome nella forma, restano loro bracci operativi nella sostanza.
Si può quindi, con alcune precauzioni, parlare del terzo settore nel suo insieme, a livello locale, nel rispondere ai criteri di qualità sopra richiamati. La mia sensazione è che vi sia una difficoltà di questo mondo a rispondere positivamente a questi criteri. Il settore infatti è sempre più dipendente dai finanziamenti pubblici e ha sempre meno capacità di attivare risorse proprie. Ha inoltre un basso tasso di ricambio, soprattutto nelle funzioni di vertice, tanto che, al loro interno, queste organizzazioni sembrano riproporre la dualità tra insider e outsider tipica della nostra società italiana. Nuclei interni di gente fissa e inamovibile, quando non un vero e proprio “leader carismatico”, e un mondo intorno di precariato o, comunque, basso livello di coinvolgimento e responsabilizzazione.
La dipendenza dai finanziamenti pubblici e il basso turn over al vertice provocano, nel lungo periodo, la perdita di capacità di innovazione e di funzione critica in un settore che, per le sue caratteristiche intrinseche, non può essere sottoposto ai meccanismi di ricambio tipici del mercato, basati sulla competizione e sulle preferenze dei consumatori.
Mi sono soffermato su questi due aspetti perché li ritengo particolarmente rilevanti ma altri aspetti potrebbero essere analizzati. Per concludere, il grande rischio è quello di trasformare un modello potenzialmente, non dico alternativo ma sicuramente trasformativo dei meccanismi sociali e di produzione, in un modello confermativo che cioè rafforza le storture dell’attuale organizzazione sociale. Credo ci sia da riflettere per chi ha guardato con fiducia a questo mondo, sperando di vedere all’opera un nuovo modo di operare basato sulla critica intelligente e competente dell’operato pubblico e dei valori dominanti, sull’adozione di modelli di gestione non gerarchici ma fondati sulle competenze e le attitudini di ognuno, in cui si potessero sperimentare nuove idee e modelli di convivenza. E’ forse venuto il momento di fare il punto della situazione, senza aspettare i luoghi istituzionali per ritrovarsi e discutere (le consulte, i comitati, i tavoli, ecc.) ma mettendo in campo un grande sforzo culturale autonomo e una nuova voglia di protagonismo. O no?
Giovanni Paci
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One Response to “Terzo settore: è ora di fermarsi a riflettere”
condivido. Analisi puntuale
Renata Fabbri